Processo Aemilia, l'ex calciatore Iaquinta condannato a 2 anni

Vincenzo Iaquinta

Vincenzo Iaquinta, tra gli imputati di Aemilia, il più grande processo mai celebrato nel Nord Italia contro la 'ndrangheta, è stato condannato a due anni di reclusione.

Due invece gli anni da scontare per il figlio Vincenzo (la Procura ne aveva chiesti sei), che secondo il pm Beatrice Ronchi lasciava volontariamente le proprie armi al padre come strumento di difesa.

Fuori dall'aula è arrivato lo sfogo dell'ex calciatore: "Il nome 'ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia". E sono orgoglioso di essere calabrese. E' una delle 125 condanne del maxi-processo 'Aemilia' che ha indagato sulla penetrazione della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Emilia. Noi non abbiamo fatto niente perche' con la 'ndrangheta non c'entriamo niente. Le accuse si riferiscono ad un periodo in cui Iaquinta milita nell'Udinese; il reato si materializza quando viene acquistato dalla Juventus e durante il trasferimento a Torino cede, come già detto senza avvisare le autorità come avrebbe dovuto, le armi al padre.

Il pubblico ministero Marco Mescolini, divenuto nel frattempo procuratore capo a Reggio Emilia, ha chiesto complessivamente per i 148 imputati, suddivisi a processo in corso nel rito ordinario e in un ulteriore abbreviato per nuove ipotesi di reato, oltre 1700 anni di carcere. Malgrado alcune riduzioni di pena anche consistenti, compensate da condanne più pesanti rispetto a quanto chiesto dall'accusa per altre posizioni, è stata pienamente conclamata l'esistenza di una 'ndrina attiva da anni in Emilia e nel Mantovano con "epicentro" a Reggio Emilia, diretta emanazione della cosca Grande Aracri di Cutro, ma autonoma e indipendente da essa. Alle 11 sarà in aula con la collega Beatrice Ronchi, agli avvocati e alle parti civili, agli imputati e al pubblico, per ascoltare l'ultima parola di questo lunghissimo processo.

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