Processo Stato-mafia, attesa la sentenza. Nicola Mancino: "Ho sempre lottato la mafia"

Vittorio Teresi

Mancino, che ha rivolto ieri un ultimo appello alla corte, ha sempre negato: "Il mio impegno contro la criminalità organizzata è sempre stato chiaro e netto, ho chiesto lo scioglimento di 54 consigli comunali per infiltrazioni mafiose".

Quasi cinque anni di processo, circa 220 udienze e oltre 200 testimoni: il presidente della Corte d'assise di Palermo Alfredo Montalto, al termine delle dichiarazioni spontanee di Nicola Mancino, stamane intorno alle 10.30, ha dichiarato chiuso il dibattimento, iniziato il 27 maggio 2013, ritirandosi in camera di consiglio nell'aula bunker del carcere palermitano del Pagliarelli.

Stralciata la posizione del boss Bernardo Provenzano, giudicato incapace di partecipare lucidamente alle udienze e poi deceduto, a rispondere di minaccia a Corpo politico dello Stato si ritrovano gli ex vertici del Ros dell'Arma Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, boss come Totò Riina, Antonino Cinà e Leoluca Bagarella, l'ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri e il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca. Non doversi procedere per Giovanni Brusca; condanna a 5 anni per Ciancimino per l'accusa di calunnia e il non doversi procedere per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, perche' prescritto. A istruire il dibattimento sono Nino Di Matteo, divenuto simbolo del pool, Roberto Tartaglia, il più giovane dei pm, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene.

Questa è la sintesi del processo (e dell'inchiesta avviata dieci anni fa) che ha avuto momenti di grande clamore e altissima tensione istituzionali, fino al conflitto tra Procura di Palermo e presidenza della Repubblica, entrato nelle stanze del Quirinale per ascoltare la testimonianza dell'allora capo dello Stato Giorgio Napolitano. C'è chi lo definisce un maldestro tentativo di riscrivere la storia del Paese, chi insorge per la qualificazione giuridica del reato contestato agli imputati.

Critiche e invettive che culminano nello scontro tra l'accusa e il Colle dopo le intercettazioni delle telefonate tra Napolitano e Mancino, finito davanti alla Consulta.

La Procura completa la requisitoria a gennaio e chiede le pene. Il conto più salato l'accusa lo presenta a Mario Mori, sempre assolto nei processi a cui finora è stato sottoposto: 15 anni di carcere. "Che diede dei segnali in tal senso, mentre Cosa nostra continuava a cercare il dialogo a suon di bombe, con i morti per terra a Milano e Firenze, e sfregiando monumenti". Ci sono stati attacchi personali e diffamatori. Anche Mancino ha dalla sua una sentenza, quella del tribunale dove avrebbe commesso la falsa testimonianza che non la rilevò, e sollevò dubbi sia sulla versione dell'ex Guardasigilli che sul movente dell'avvicendamento tra Scotti e Mancino. A sorpresa la prescrizione è stata invocata anche per Massimo Ciancimino, nel frattempo finito in cella per scontare condanne definitive per riciclaggio e detenzione di esplosivo. Per la calunnia dell'ex capo della polizia Gianni De Gennaro, di cui era accusato per averlo accostato a un fantomatico 007 coinvolto nella trattativa, sono stati invece chiesti 5 anni.

Correlati:

Commenti


Altre notizie