Banca Etruria, chiesti danni per 400 milioni agli ex amministratori

Banca Etruria, chiesti danni per 400 milioni agli ex vertici

In tutto, scrive il 'Corriere della Sera, si tratta di 37 persone: i sindaci e i componenti dei tre consigli di amministrazione che si sono avvicendati dal 2010.

Tra gli ex vertici finiti nel mirino della giustizia gli ex presidenti Lorenzo Rosi e Giuseppe Fornasari, lex vicepresidente Pier Luigi Boschi, padre del sottosegretario Maria Elena, ex dirigenti Consob diventati poi rispettivamente presidente del collegio sindacale e presidente della banca, Massimo Tezzon e Claudio Salini, oltre a tutti i consiglieri finanziati dalla banca con prestiti finiti in sofferenza tra cui Augusto Federici, consigliere della banca aretina.

Stavolta Giuseppe Santoni, liquidatore della Banca Etruria che fu, il conto lo ha presentato davvero.

Una delle possibilità prevedrebbe di utilizzare i soldi del risarcimento per gli obbligazionisti subordinati andando a rimpinguare i fondi necessari per i creditori che si sono ritrovati a mani vuote dopo che nel 2015 il governo ha deciso di liquidare le quattro banche: oltre ad Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche.

La causa arriva dopo la lettera del marzo 2016, nella quale Santoni aveva ritenuto di aver individuato nei 37 ex amministratori i responsabili del grave dissesto di Etruria.

La prima richiesta era di 300 milioni di euro, ovvero 8,1 milioni di euro ciascuno, ma fu respinta dagli accusati. Secondo il liquidatore, a provocare il "buco" nei bilanci di Etruria sarebbero stati non solo comportamenti dolosi degli amministratori, ma anche colposi.

Ubi Banca, infatti, lo scorso maggio con il contratto di acquisto della nuova Banca Etruria si era impegnata ad aderire alla causa civile firmando una clausola contrattuale che le imponeva di aderire all'eventuale giudizio. E sarebbe stato proprio questo secondo aspetto a far lievitare ulteriormente la cifra indicata un anno e mezzo fa.

I motivi addotti dal liquidatore per la richiesta di risarcimento sono tre: gli incarichi a manager interni e consulenze inutili dispendiose; i finanziamenti concessi senza necessarie garanzie e "in conflitto di interessi"; l'ostacolo alla vigilanza della Banca d'Italia e l'aver ignorato le direttive di via Nazionale che raccomandava la fusione con un partner affidabile.

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