Riina, la Cassazione: ha diritto a morire dignitosamente. È polemica

Il boss della mafia Toto Riina

Le motivazioni del Tribunale di sorveglianza.

"Totò Riina deve continuare a stare in carcere e soprattutto rimanere in regime di 41 bis".

La Cassazione, con la sentenza numero 27766 pubblicata il 5 giugno, ha annullato l'ordinanza del tribunale di Bologna per "difetto di motivazione", chiedendo ai giudici di prendere una nuova decisione più solida dal punto di vista delle ragioni. Una condizione di salute che ha spinto la Cassazione ad aprire verso un'eventuale scarcerazione visto che a qualsiasi detenuto va assicurato il diritto di morire dignitosamente. I "trascorsi criminali e il valore simbolico del suo percorso criminale" avrebbero potuto esporlo "qualora non adeguatamente protetto nella persona" e "trovandosi in condizioni di assoluta debolezza fisica" ad "eventuali rappresaglie connesse al suo percorso criminale, ai moltissimi omicidi volontari dei quali è stato riconosciuto colpevole, al sodalizio malavitoso" di cui è stato "capo fino al suo arresto".

La Cassazione, poi, evidenza le strutture del carcere di Parma, ritenendonole in condizioni abbastanza disagiate ma, comunque, è una cosa irrilevante. Il caso riguarda la vicenda di Totò Riina, il boss di Corleone.

Ma non solo. Perché i giudici scrivono anche che - ferma restando "l'altissima pericolosità e l'indiscusso spessore criminale" del boss corleonese - il tribunale di Bologna non ha chiarito "come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico". Il boss mafioso, che si trova in carcere da 24 anni, è stato condannato a diversi ergastoli. Ora la Cassazione accoglie il ricorso degli avvocati dell'ex capo di Cosa Nostra contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Bologna, in quanto - si legge nella sentenza - i giudici avevano omesso "di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico". La stessa che accade per Provenzano. La circostanza che l'interessato non sia ormai autosufficiente e si trovi inchiodato su di un letto antidecubito non può essere ignorata e va anzi valutata per verificare se non comporti un'afflizione tale da superare quella che inevitabilmente deriva dalla legittima esecuzione di una pena detentiva. Tanto più se la cella del carcere di Parma non può contenere un letto da degenza, come sottolineato dalla difesa, e anche di questo il giudice dovrà tenere conto.

A giudizio della Suprema Corte, la valutazione del Tribunale di sorveglianza è "carente e, in alcuni tratti, contraddittoria" e impone di riesaminare la richiesta, allo scopo di "attualizzare" le valutazioni sia della pericolosità sia della compatibilità della detenzione in carcere con il senso di umanità della pena.

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