Lech Walesa: non bisogna mai scoraggiarsi nelle sconfitte

Lech Walesa: non bisogna mai scoraggiarsi nelle sconfitte

E’ proprio come ce lo immaginavamo. Il  fondatore del movimento Solidarnosc Lech Walesa, in visita a Torino Spiritualità, è un uomo concreto, un po’ vecchio stampo, con i suoi baffoni, ormai imbiancati, ma sempre spioventi e folti, uno energico, che chiama le cose con il loro nome e che parla con passione  e veemenza di passato e futuro.
L’ex operaio dei cantieri navali di Danzica, che divenne negli anni ’90 presidente della Polonia Democratica e che vinse il Nobel per la Pace, è uno dei pochi che può dire di aver sconfitto una dittatura senza spargimenti di sangue e di avere in qualche modo gettato le basi per la caduta del Muro di Berlino, di cui a novembre si festeggeranno i 20 anni.
Pungolato da Mario Calabresi, il direttore de “La Stampa”, su temi di attualità e di interesse storico, Walesa svicola le domande insidiose, quelle sull’Unione Europea, sull’allargamento a est verso la Turchia e la Russia. Però ci regala una grande lezione di storia, ma anche di ottimismo e di tenacia. Ricorda come negli anni della guerra fredda, gli Occidentali  fossero molto scettici sul fatto che il comunismo prima o poi si sarebbe sgretolato.
Nessuno dei grandi ci ha mai dato una minima speranza della caduta del comunismo. Si diceva negli anni Settanta e Ottanta che solo una guerra nucleare avrebbe potuto cambiare il mondo. Ma un polacco diventa Papa. E quando negli anni ’80 fa il suo viaggio in Polonia, tutti, anche i comunisti, si facevano il segno della croce” spiega Walesa. La reazione dei russi? “Erano allarmati. Si chiedevano: possibile che dopo 50 anni di comunismo siano più credenti di prima? Il panico stava crescendo … tant’è che ci fu un attentato al papa”.

L’unica soluzione era allora riformare il comunismo, che iniziava a mostrare tutti i segni del tempo. Ed ecco che si presenta sulla scena internazionale Gorbaciov. “In Polonia eravamo convinti che il sistema comunista fosse così ingessato, che qualora si fosse tolto o spostato un piccolo elemento,  il comunismo sarebbe imploso. E fu quello che successe in Unione Sovietica. Una totale debacle del tentativo di riformare il comunismo. Ma perché racconto questo? Perché non bisogna mai scoraggiarsi nelle sconfitte e nei momenti difficili”.

Secondo Walesa, noi abbiamo vissuto in tempi complessi e anche oggi che stiamo vivendo una crisi a livello mondiale, non dobbiamo gettare la spugna. La ricetta per cambiare rotta? L’Europa dovrebbe analizzare dove si è sbagliato in questi anni. “Su che cosa vogliamo costruire il nostro mondo? E’ questa la domanda fondamentale” dice il Premio Nobel per la Pace. “Lo vogliamo costruire sulle basi del mercato libero, demandando i valori morali alla vita privata?”. Insomma occorre ristudiare un sistema di regole e valori comune alla Vecchia Europa, altrimenti, secondo Walesa, il rischio è che con “la crisi economica le nazioni ricche si chiudano in nazionalismi di vecchio stampo”. Un anacronismo proprio ora che la globalizzazione ha quasi reso il concetto di nazione superato. “Cosa deve essere globale – chiede Walesa – solo la telefonia mobile? Forse anche l’ambiente e l’inquinamento sono uno dei problemi globali, no?

 

Arrivano le domande dal pubblico che lui incita al grido “Ritmo, ritmo! Niente censure. Chiedete quello che volete”.
E la prima domanda al vetriolo non si fa attendere. E’ vero che il Vaticano ha convogliato denaro di dubbia provenienza in Polonia per sostenere il suo movimento? Lui si spolvera la giacca. Alza i pantaloni per mostrare le scarpe. “Se fosse così, avrei vestiti eleganti e scarpe migliori. Nessuno mi ha mai dato nulla”.
Risponde al pubblico con ironia e battuta pronta. A chi gli chiede cosa ne pensa di Cuba, risponde: “Cuba è una sorta di museo del comunismo. E quando una cosa viene messa al museo vuol dire che è morta. Cuba non è nient’altro che una piccola zanzara che punge il naso dell’America”. E il sospetto di Walesa è che agli Stati Uniti faccia comodo per ora tenere in piedi il Museo.

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